Fame emotiva: quando il cibo nutre le emozioni e fa aumentare il girovita

Fame emotiva: quando il cibo nutre le emozioni e fa aumentare il girovita

Non so per quale motivo risulta un mio “mi piace” sulla pagina Facebook di Emily Skye, sta di fatto, che a un certo punto della scorsa settimana, mi ritrovo sulla bacheca questo articolo Are  you an emotional eating? How to break free from emotional eating. Con qualche pregiudizio mi avvio alla lettura del post, pensando di trovare il solito pezzo sensazionalistico che promette miracoli del tipo 7 chili in 7 giorni. Ebbene, confermo il pregiudizio che nel mentre è diventato giudizio, ma riconosco a Emily il merito d’avermi fatto conoscere il problema della Fame Emotiva, tant’è che mi son ripromesso d’approfondire la questione magari spulciando qua e là in rete su fonti più autorevoli.

L’interesse per l’argomento nasce dalla constatazione che puntualmente alle 19.00 e alle 23.00 di tutti i giorni, chi ti scrive sperimenta una voglia incontrollata di cibo, con una particolare predilezione per tutto ciò che è voluttuoso, appagante e inesorabilmente ipercalorico. Le conseguenze di questo comportamento sono facilmente intuibili, aumento di peso e annullamento dei risultati che potrei ottenere dalla costante attività fisica esercitata ( camminare, correre e nuotare).

Immediatamente ho pensato: “Oh Mio Dio! Sono un Emotional Eater o peggio un seriale ( sarebbe meglio usare il termine serale ) mangiatore di cibo spazzatura?

Desideroso di dare una risposta al quesito, ho letto diversi articoli sul tema, in particolare ho trovato molto esaustivo uno studio del 2009 condotto da Valdo Ricca, Giovanni Castellini e Carlo Faravelli da titolo: Disturbi da Alimentazione Incontrollata ( Binge Eating Disorder ) pubblicato sulla rivista  Nòos, monografie quadrimestrale di psichiatria.

Ti riporto qui di seguito una sintesi delle varie interpretazioni:

Prima di tutto, la Fame Emotiva   non è una malattia, infatti non è indicata nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, come è altrettanto vero che attualmente è considerata “una sindrome i cui criteri diagnostici sono provvisori e tali da richiedere ulteriori indagini” le cui peculiarità la fanno rientrare nella classe dei disordini alimentari ( Binge Eating Disorder ). Dal punto di vista clinico, esistono delle sostanziali differenze tra BED e altri disturbi dell’alimentazioni come l’anoressia e la bulimia nervosa in quanto “al centro dell’attenzione nei BED non vi è il peso o l’immagine corporea ma la difficoltà a controllare gli impulsi, in particolare quello ad abbuffare, e a gestire le emozioni” inoltre i “soggetti affetti da BED non usano regolarmente dei meccanismi di compenso a seguito dell’abbuffata, quali vomito, digiuno, lassativi, diuretici, digiuno o esercizio fisico esasperato. […] Per i soggetti con BED, invece, l’aumento del peso è essenzialmente un effetto collaterale, e molti appaiono rassegnati al fallimento dei propri sporadici inefficaci tentativi di perdere peso“. Come pure non è detto che il BED sia presente nei soggetti obesi  tant’è che nell’ “obesità sono presenti chiare differenze tra soggetti obesi con BED e soggetti obesi senza BED. I primi mostrano un maggiore apporto calorico durante le abbuffate, maggiore psicopatologia alimentare […] e più alto tasso di comorbilità psichiatrica, soprattutto relativamente a sindromi depressive”.
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Dal punto di vista storico  l’atteggiamento moderno nei confronti del cibo […] è il risultato finale dell’evoluzione del pensiero nel corso dei secoli. Infatti, se per la cultura greca e romana, […] l’ideale nell’alimentazione era quello della misura, dell’assenza di voracità;  per la tradizione culturale celtica e germanica il “grande mangiatore” era considerato un personaggio positivo. […] Successivamente tali differenze si possono evidenziare nell’opposizione tra Europa mediterranea e continentale, riflettendosi nelle opposte regole che gli ordini monastici prescrivono ai fedeli. […] Nel Nord le regole monastiche rispetto all’alimentazione sono dure e rigorose, improntate al digiuno,  alla penitenza, mentre al Sud sono caratterizzate da un maggior senso di equilibrio più vicino al concetto romano della misura.[…] è proprio il connubio cibo/piacere senso di colpa che contribuisce a mantenere ed esacerbare questo disturbo. A differenza dell’anoressia e bulimia nervisa, nel BED viene talvolta descritta una sensazione di piacere legata all’abbuffata. Un piacere carico di connotati negativi e spesso legato al tentativo di placare temporaneamente quella “fame infinita” così difficile da definire.
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Dal punto di vista biologico dei meccanismi che generano e mantengono la sindrome da Fame Emotiva in quanto “studi condotti su animali da esperimento hanno dimostrato come l’assunzione di un pasto ricco di carboidrati e povero di proteine determina, […] un massiccio rilascio di insulina” con conseguente “spiazzamento degli acidi grassi e aumento della quota di albumina non legata”. A quest’ultima proteina si lega il triptofano  il cui aumento “conduce alla saturazione della triptofano idrossilasi, enzima limitante la sintesi di serotonina, con conseguente aumento dei livelli di 5-HT disponibile a livello sinaptico”. In altre parole, se ho capito bene, quando ci si abbuffa, il pancreas rilascia troppa insulina e in qualche modo il triptofano entra nel cervello che avvia una produzione massiccia di seratonina  – anche detto l’ormone della felicità – e noi finiamo per sentirci appagati e felici. Peccato che la sensazione di benessere che deriva da questi cibi è solo temporanea, dura poco più di un’ora. Per provarla nuovamente, il nostro cervello ci forza, a un livello subcosciente, a mangiare ancora i cibi che innescano la reazione. Notare che anche Giulia Enders, nel suo saggio l’intestino felice, ci racconta che, come per i differenti gruppi sanguini, esistono di tre differenti intestini –  detti enterotipi  (Bacteroides, Prevotella, Ruminococcus) – in relazione alla predominanza o meno di particolari ceppi batterici nel nostro intestino. La nostra flora batterica intestinale può preservarci da malattia o esserne causa ( obesità, diabete, morbo di Chron, malattie infiammatorie, etc.). Ma la cosa più interessante che i batteri dell’intestino, tramite il nervo vago , che collega il cervello all’addome , agiscono anche sul comportamento e tarano la biochimica cerebrale fin dalla nascitaPer maggiori informazioni leggi la mia recensione del libro.
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 Dal punto di vista psicologico esistono diverse interpretazioni in base alle differenti modelli interpretativi : Nel modello sistemico, nei soggetti BED sono stati descritte storie familiari critiche come madri iperprotettive, alcolismo da parte dei genitori, abusi fisici e sessuali o episodi di bullismo. Nel modello psicodinamico “i disturbi del comportamento alimentare sarebbero il risultato di un mancato o insoddisfacente superamento della fase orale dello sviluppo psicosessuale”  quindi nell’età adulta il ricorso la cibo “sarebbe l’unica o quantomeno la principale strategia di adattamento messa in atto di fronte a situazioni problematiche ed emotivamente coinvolgenti”. Mentre nel modello cognitivo-comportamentale la teoria più accredita al momento, è basata sulla Restraint Theory, secondo la quale “l’individuo sviluppa preoccupazioni per l’aspetto fisico come risultato di bassi livelli di autostima, e la restrizione del consumo di cibo rappresenta lo sforzo compensatorio per modificare la forma corporea”. In altre parole “l’individuo BED sostituirebbe grazie all’atto alimentare incontrollato un’emozione negativa insopportabile, ad esempio la rabbia, con una per lui più gestibile, ad esempio la colpa per l’abbuffata” . Fattori scatenanti sono le emozioni negative ( paura, rabbia, vergogna, solitudine ) e stati d’animo (stress, errata percezione del corpo) o malattia psicologiche come l’incapacità di riconoscere le emozioni ( Alessetimia).

Conclusioni per una strategia alimentare
Dopo queste letture mi son posto queste tre semplici domande: Nasciamo già con una intrinseca tendenza all’obesità? Le abitudine alimentari sono indotte da fattori solo endogeni, solo ambientali o entrambe le cose? Si può invertire la rotta su un percorso già avviato?

Ovviamente non ho nessuna risposta da condividere con te,  in quanto i quesiti posti vanno ben oltre le mie competenze,  e nemmeno posso giudicare l’attendibilità delle differenti interpretazioni proposte nei diversi studi. L’unica cosa che posso dirti è che la lettura dei vari articoli mi hanno reso consapevole e mi hanno suggerito questo approccio un po’ naif.

Quando sento l’impulso incontrollato a mangiare mi dico: ” ehi questa non è fame, è solo una emozione che non sai riconoscere o gestire” oppure “maledetti batteriodi, volete ancora attentare alla mia linea, questa volta non ce la farete!” e così facendo la fame emotiva diventa controllabile, non è semplice intendiamoci,  perché il desiderio di cibo è forte, ma l’aver dato un “volto” alla causa delle abbuffate aiuta.

Per il momento funziona, sono cinque giorni che non tocco cibo fuori dai pasti consentiti. Un augurio a me e te che mi stai leggendo.

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